Il Kursaal (poi Palazzo Verbania)

La figura dell'ingegnere e architetto Giuseppe Petrolo (Luino, 1872-1953) spicca nel panorama locale e il Kursaal, la sua opera meglio riuscita, avrebbe costituito se sopravvissuto un notevole esempio per un’area come quella luinese marginale rispetto ai centri nevralgici di rielaborazione del nuovo stile.

Data di pubblicazione:
18 Gennaio 2022
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Non mancavano, tuttavia, nella Luino di allora buoni spunti perché un giovane progettista potesse avere sott'occhio quanto altrove stava nascendo in architettura. Già altrove si è ricordato che la presenza di industriali provenienti dalla svizzera tedesca, la famiglia Hussy con cui l'architetto Petrolo collaborò fin dagli esordi, potrebbe essere riconosciuta come il motivo per cui il Kursaal, ma ancora prima la villa Guerrini (1902), le industrie Battaglia (1903) e poi gli stabilimenti Bodmer (1908), presentassero tali richiami all'architettura viennese scaturita dalla Wagnerschule. A partire dal 1885 circa e fino al 1909, alcuni studi di Lucerna erano, infatti, impegnati a progettare le ville ancora eclettiche di cui l'ingegnere Petrolo seguiva probabilmente la fase realizzativa; nel 1904 soggiornò a Luino l'architetto Somazzi, prima di progettare a Brissago il celebre Hotel e di recarsi a Rimini; ancora nel 1910 il giornale locale annunciava il ritorno in Luino per soggiorno dell'«egregio architetto» Alfredo Campanini, progettista liberty di fama in Milano. Sono queste le premesse culturali da cui scaturì la stagione liberty locale e, nel 1904, il progetto per il Kursaal: una data che segna un primato tutto luinese rispetto alla stagione liberty del capoluogo Varese. L'iniziativa fu promossa grazie all'impegno della classe industriale locale che, in contemporanea con la costruzione della ferrovia elettrica Varese-Luino, asse portante di un turismo tra i colli e i laghi, fondava la Società anonima per il Kursaal. L'architetto disegnò per il padiglione sul lungolago dedicato a «concerti, feste da ballo, riunioni, conferenze, caffè, ristorante», come ricorda la cronaca d'allora, un parallelepipedo bianco la cui facciate erano percorse da lesene unite alla base da una zoccolatura a raccordo curvilineo; nei bianchi muri, le finestre erano sormontate da un attico circolare, scuro. Il tetto era terrazzato; il fastigio di coronamento, dove i vasi di cemento continuavano lo slancio delle lesene, si incurvava sulla facciata principale per ospitare le scritte pubblicitarie. L'edificio rivolgeva al lago un salone rettangolare ad un solo piano di 22 metri di lunghezza dove il susseguirsi di ampie finestre a profilo mistilineo sovvertiva i tradizionali rapporti tra vuoti e pieni, offrendo tutta la vista possibile sulle acque del lago in uno dei punti più belli della costa. Una terrazza sopra il salone richiamava quella sopra il padiglione e l'altra che, con accesso dal salone, si protendeva sopra l'acqua. Ne risultò una sorta di cascata di terrazze digradanti verso il lago che, nonostante le trasformazioni subite dall'edificio, conservano ancora intatto il fascino di un dialogo con il paesaggio immortalato nei versi di Vittorio Sereni: Improvvisa ci coglie la sera. / Più non sai/dove il lago finisca; / un murmure soltanto / sfiora la nostra vita / sotto una pensile terrazza [...] (V. Sereni, Terrazza, 1938, in Frontiera).  La fonte di ispirazione è viennese: lo denuncia l'impianto che, nonostante l'assenza di corposità dei muri bianchi dove 'galleggiano' le finestre e gli elementi decorativi, presenta un disegno monumentale; lo dimostra la ripresa letterale di alcuni dettagli come la fascia a scacchi di alterno colore che correva su tutte le fronti (per il Kursaal/Palazzo Verbania vedi anche: Palazzo Verbania).

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Ultimo aggiornamento

Lunedi 16 Maggio 2022